Tre anni, forse quattro?
Ma Gagarin sta di nuovo sorvolando il pianeta, chiuso nella sua armatura magica d'acciaio. E guarda giù, questa città che brilla meno. La faremo brillare, in qualche modo?
Quanta nostalgia, e quanti pesi lasciati a terra per avere spazio per i pensieri quassú nella capsula.
Sono ripartita.
Ci sono un sacco di cose qui. Ci sono narcisi che crescono dappertutto, nei parchi e nelle aiuole e anche al bordo della strada. Ci sono le nuvole, quasi sempre, di forme e colori continuamente differenti. C'è la pioggia, di conseguenza. Ci sono, altrettanto di conseguenza, tramonti e albe fatti di colori incredibili e sorprendenti, e cieli immensi che parlano di poesie e di sentimenti.
Ci sono camminate lunghe e solitarie, ci sono tante casette uguali una accanto all'altra, che disegnano un panorama quieto e rassicurante. Ci sono i camini messi in fila e i mattoni rossi, le porte d'ingresso colorate e i pomelli in acciaio.
Dopo qualche settimana, anzi un mese e più, si sentono però soprattutto le cose che non ci sono. Non ci sono i bar, i caffè (anche se a Milano oramai i bar sono tutti cinesi). Non ci sono i mercati rionali, i viali alberati, il profumo delle brioches. Non ci sono i grissini, le farmacie di quartiere, le stazioni della metropolitana sottoterra. Non ci sono i turisti, il pavè, i carciofi, le vetrine dei negozi, le mercerie, i fili del tram che rigano il cielo, le stazioni del treno cittadine. Non c'è Milano insomma, che mi manca come l'aria che respiro, insieme a tutto il suo smog, la sua bellezza dura e pura, andare a correre al mattino in Piazza Leonardo, prendere il tram, stare fuori fino a tardi e camminare tantissimo, bersi uno Spritz o un Negroni, mangiare un pezzo di pizza unto del Mundial, andare a piedi fino a piazza Gae Aulenti o alla Fiera vecchia a guardare con gli occhi spalancati come un bambino i grattacieli, mostri in vetro e acciaio che sgorgano dalla terra.
Soprattutto, non ci sono le mie persone. Le mie persone sono incollate a Milano come quegli adesivi riposizionabili che da bambina mi piacevano tanto, con i paesaggi in due dimensioni e i personaggi attaccati sopra. Ecco, le mie persone sono tutte (più o meno) là, e adesso mi mancano.
Ma chissà, forse anche a Gagarin mancavano tanto le sue persone.
Ma Gagarin sta di nuovo sorvolando il pianeta, chiuso nella sua armatura magica d'acciaio. E guarda giù, questa città che brilla meno. La faremo brillare, in qualche modo?
Quanta nostalgia, e quanti pesi lasciati a terra per avere spazio per i pensieri quassú nella capsula.
Sono ripartita.
Ci sono un sacco di cose qui. Ci sono narcisi che crescono dappertutto, nei parchi e nelle aiuole e anche al bordo della strada. Ci sono le nuvole, quasi sempre, di forme e colori continuamente differenti. C'è la pioggia, di conseguenza. Ci sono, altrettanto di conseguenza, tramonti e albe fatti di colori incredibili e sorprendenti, e cieli immensi che parlano di poesie e di sentimenti.
Ci sono camminate lunghe e solitarie, ci sono tante casette uguali una accanto all'altra, che disegnano un panorama quieto e rassicurante. Ci sono i camini messi in fila e i mattoni rossi, le porte d'ingresso colorate e i pomelli in acciaio.
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| tanto cielo, sopra |
Dopo qualche settimana, anzi un mese e più, si sentono però soprattutto le cose che non ci sono. Non ci sono i bar, i caffè (anche se a Milano oramai i bar sono tutti cinesi). Non ci sono i mercati rionali, i viali alberati, il profumo delle brioches. Non ci sono i grissini, le farmacie di quartiere, le stazioni della metropolitana sottoterra. Non ci sono i turisti, il pavè, i carciofi, le vetrine dei negozi, le mercerie, i fili del tram che rigano il cielo, le stazioni del treno cittadine. Non c'è Milano insomma, che mi manca come l'aria che respiro, insieme a tutto il suo smog, la sua bellezza dura e pura, andare a correre al mattino in Piazza Leonardo, prendere il tram, stare fuori fino a tardi e camminare tantissimo, bersi uno Spritz o un Negroni, mangiare un pezzo di pizza unto del Mundial, andare a piedi fino a piazza Gae Aulenti o alla Fiera vecchia a guardare con gli occhi spalancati come un bambino i grattacieli, mostri in vetro e acciaio che sgorgano dalla terra.
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| il cielo che ho lasciato |
Soprattutto, non ci sono le mie persone. Le mie persone sono incollate a Milano come quegli adesivi riposizionabili che da bambina mi piacevano tanto, con i paesaggi in due dimensioni e i personaggi attaccati sopra. Ecco, le mie persone sono tutte (più o meno) là, e adesso mi mancano.
Ma chissà, forse anche a Gagarin mancavano tanto le sue persone.



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